[galaverna]
Gelicidio
“La gà l’Averna?”
Il barista non aveva mai visto quell’uomo prima di quella mattina, ma non si stupì della richiesta. Ormai era abituato a servire caffè e prosecchi, brandy e cappuccini, grappa e camomilla indipendentemente dal momento della giornata. Anzi, i primi avventori del bar della Stazione, a quell’ora – aveva appena aperto – erano proprio i lavoratori che facevano colazione con un panino e un calice di bianco.
Quindi, senza commentare nemmeno mentalmente, versò l’amaro nel bicchierino e poi disse, a voce alta ma senza gridare, rivolto allo sconosciuto avventore: “eccolo servito.”
L’uomo dapprima non sentì, assorto com’era a osservare i binari e i fili dell’alta tensione attraverso la piccola vetrina.
Poi si voltò, vide il bicchierino sul bancone, sollevò il sopracciglio sinistro senza capire: “ma io veramente vorrei un caffè.”
“Glielo faccio subito, prima però mi aveva chiesto un amaro.”
“Io? Si sbaglia, non avevo ancora ordinato niente. Tanto meno un amaro. Sono le 6 del mattino, non sono abituato a bere l’amaro a quest’ora.”
“Guardi, io non voglio discutere con lei. Ma le assicuro che poco fa lei è entrato, si è diretto verso il fondo del bar, era propriò là vicino alla vetrina, e senza guardarmi mi ha ordinato un Averna. Me lo ricordo benissimo, me lo ha chiesto in milanese: la gà l’Averna?”
L’uomo alzò anche il sopracciglio destro, mentre la bocca si stendeva in un sorriso divertito: “Ho capito, mi ha sentito mentre pensavo a voce alta osservando la galaverna, là fuori.”
Si accorse che questa spiegazione aveva confuso ancora di più il barista.
“La ga-la-ver-na” ripetè sillabando “non sa cos’è?”
“Mai sentita nominare.”
“Li vede i cavi là fuori? E la siepe intorno al giardinetto? Ha notato come sono bianchi? Il fenomeno che trasforma il paesaggio, ricoprendo tutto di cristalli di ghiaccio, si chiama Galaverna”.
“Noi da queste parti la chiamiamo brina”.
“Sono due fenomeni simili, ma diversi: possiamo dire che la galaverna nasce dalla nebbia mentre la brina nasce dalla rugiada.”
“Senta, lo gradisce un altro caffè? Glielo offro io e, se permette, le faccio compagnia. Però ci sediamo al tavolino. Tanto a quest’ora di domenica non arriva mai nessuno. Così mi racconta meglio questa storia. E’ interessante. A meno che non sia in partenza… è in partenza?” domandò il barista mentre con gli occhi cercava un’inesistente valigia ai piedi del suo cliente.
“Sono in partenza?” si chiese l’uomo in un sussurro, mentre con gli occhi riandava alla vetrina, ma senza apparentemente guardare fuori.
“Allora è proprio un suo vizio” pensò il barista “pensa a voce alta e in forma interrogativa. Quest’uomo è pieno di domande. Non me la conta giusta!”
“Senta…” aveva agito d’istinto e la voce gli era uscita molto addolcita “lo so che non sono fatti miei… ma invece sì, sono anche fatti miei! Lei non sarà mica venuto qui per buttarsi sotto un treno? Io ne ho visti alcuni di suicidi, nella mia vita. Non so perché, ma questa Stazione li attira come le mosche. Sarà perché è così isolata. L’ultimo è stato due anni fa. Era un ragazzo giovane e aveva aspettato l’arrivo del treno proprio in questo bar. Da quella volta mi sono ripromesso di osservare meglio le persone che passano di qui. E ho deciso che se ne vedo un altro con la faccia di uno che si vuole buttare sotto, lo voglio fermare. A costo di rischiare la mia stessa vita! Per questo le chiedo: non sarà mica uno di quelli?”
L’uomo aveva ascoltato rimanendo in piedi, con le mani chiuse a pugno che riempivano le tasche del suo cappotto.
Poi, lentamente, si mosse. Attraversò il piccolo bar e si diresse alla porta che dava sul marciapiede esterno. La oltrepassò senza rivolgere al barista né una parola, né uno sguardo.
Uscì e venne colpito da una sferzata di gelo.
Rimase lì, in piedi, lo sguardo assente rivolto a sinistra, da dove arrivava quel vento freddo.
Finché si sentì pungere la faccia.
Una lacrima si era fermata all’altezza dello zigomo. Sembrava di ghiaccio. Come il suo cuore.
Ma questo dolore fisico sembrò risvegliarlo.
Girò la testa. Vide il barista che lo scrutava da dietro la vetrina. Lo teneva d’occhio.
Si voltò e lo raggiunse.
Si sedette al tavolino e ordino due caffè con il solo gesto della mano, mentre scostava invitante un’altra sedia iniziando a parlare “deve sapere che c’è una notevole differenza tra rugiada, brina e galaverna…”
[racconto letto in origine nel blog di urlandofuriosa]