[e.l.e.n.a. su anish kapoor]
nei commenti a un mio post, trovo, assaporo e ripubblico:
“Il primo passaggio è quello un po’ più frastornante. Il buio incombe e noi ne siamo inghiottiti, catturati dal nero assoluto. Basterebbe voltarsi. Ma non sarebbe valido. E poi lo scopriamo solo sulla via del ritorno. Al secondo, terzo, quarto passaggio, l’udito si adatta e prende nuova forma. Ci pare di sentire di più. Come quando sull’aereo scendi di quota. Le orecchie sono tese. Come belve nella foresta. Siamo in ascolto. Pronti a captare ciò che proviene da dentro e da fuori.
La vista, oscurata e, apparentemente il senso protagonista, scivola a ruolo di comprimario. Alla fine quello che aprioristicamente poteva assumere un senso claustrofobico, un non entrare o un uscirne in fretta, diventa rifugio, tana, da cui non usciresti più perché ti senti al sicuro. Il sotterraneo, inteso in senso anche letterale, per la colata di terra che a metà del tunnel è stata rovesciata sopra, anziché incombere, dà sostegno a quella cavità dove sembra, nonostante l’oscurità, o forse, grazie a quella, che non possa succederti nulla di male.”